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Navi tossiche. La nostra inchiesta per riportare a galla la verità

pippoIl presunto ritrovamento della nave Cunski a largo di Cetraro. I traffici di rifiuti dall’Italia all’Africa. Il caso Ilaria Alpi. Troppi dubbi rimangono su queste e altre vicende legate alle navi tossiche. Abbiamo così deciso di ricostruire il quadro delle esportazioni di rifiuti pericolosi e radioattivi nel nuovo rapporto “The toxic ships” che è stato elaborato in lingua inglese per darne la massima diffusione a livello internazionale.

Cominciamo dalla Calabria. Lo  scorso settembre – sulle basi delle dichiarazioni di un pentito della Ndrangheta (Francesco Fonti) – è stato identificato da una ricerca condotta per conto della Regione Calabria il presunto relitto della nave Cunski al largo di Cetraro, nave ufficialmente smantellata ad Alang (India). Il pentito, che collabora con la magistratura dal 1994 con importanti risultati investigativi, sostiene di avere affondato tre navi cariche di scorie tossiche e nucleari, tra cui la presunta Cunski.

Dopo questo ritrovamento, il Ministero dell’Ambiente ha effettuato una seconda ricerca in base alla quale il relitto identificato sarebbe, invece, il piroscafo “Città di Catania” (costruito quasi mezzo secolo prima e affondato durante la Prima Guerra Mondiale). Greenpeace – insieme alle dieci associazioni riunite nell’Osservatorio per un Mediterraneo libero da veleni – si è già espressa lo scorso febbraio: troppe incongruenze e troppo poca trasparenza
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Il flop di Copenhagen

Il 2010 di Greenpeace sarà ancora più intenso, dopo il flop dei leader mondiali a Copenhagen.

Il testo finale dell’ Accordo di Copenhagen – promosso da USA, Cina, India, Brasile e Sudafrica, di cui la Conferenza ha “preso atto” – da un lato afferma che la temperatura globale “dovrebbe essere mantenuta al di sotto dei 2 gradi”, ma non definisce alcun obiettivo vincolante per ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’innalzamento delle temperature del Pianeta.

E poi la delusione Obama! Il Presidente Usa ha cercato un accordo con i Paesi emergenti per convincere il Senato USA ad approvare una legge sul clima. Peccato che i tagli millantati siano davvero ben poca cosa: la riduzione delle emissioni del 17% (al 2020) è infatti una bugia, perché si riferisce alle emissioni USA del 2005 quando il background stabilito dal Protocollo di Kyoto è quello del 1990. E, rispetto al 1990, i “tagli” USA sono un 3-4%: è stata anche questa mancanza di ambizione che ha fatto saltare il negoziato!


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