Sorvolando le Tar Sands
Arrivo di notte a Fort McMurray, nell’Alberta Settentrionale. Poche luci e intorno il buio. Ci sono degli abeti lungo la strada. Mi viene da pensare che intorno ci sia la foresta boreale incontaminata. E solo quella. Ma purtroppo so che non è così.
Alle otto di mattina siamo già sull’elicottero e sorvoliamo la zona. Il portellone è aperto e il cameraman è sporto fuori e riprende tutto. Lo spettacolo è impressionante: la foresta intorno alla città non c’è più. 42mila ettari di ‘taiga’ canadese sono stati spazzati via e al loro posto ci sono miniere di bitume a cielo aperto, laghi artificiali velenosi, enormi scavatrici e camion che incessantemente trasportano sabbie bituminose da una parte all’altra degli impianti. Dalle ciminiere esce fumo bianco. Le emissioni di anidride carbonica sono 4 volte quelle dell’estrazione del petrolio tradizionale. Sorvolando gli impianti la puzza è insopportabile, ti fa girare la testa.
Ci spingiamo oltre e per un tratto la foresta ricomincia, è meravigliosa, le piccole foglie dei larici sono gialle e verdi. Il fiume Athabaska scorre in mezzo agli alberi, sotto di noi, disegnando curve dolci. L’acqua però ha un colore bruno, a volte diventa quasi viola. È avvelenata dai residui tossici. Ma dura poco. Le miniere a cielo aperto ricominciano. Sorvoliamo l’Albian Sands, l’impianto della Shell bloccato da Greenpeace dieci giorni fa.





Protesta dei nostri attivisti a Francoforte: oggi abbiamo piazzato, all’ingresso del Salone dell’Auto, una scultura che raffigura il pianeta schiacciato dalle gomme di un’automobile e abbiamo applicato nuvole grigie e denti affilati sulle auto più inquinanti. Nonostante oggi la tecnologia permetta di produrre auto che fanno 100 kilometri con 3 litri, il passaggio alle automobili efficienti stenta a verificarsi e i produttori tedeschi continuano a costruire modelli sempre più pesanti e potenti.




