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Petropolis, l’opera struggente di un formidabile regista

Peter vola con un elicottero sulle Tar Sands canadesi. Guarda in basso e gli occhi gli bruciano. La foresta spazzata via ha lasciato il posto alle miniere di ‘petrolio sporco’.

Peter Mettler è un regista visionario indipendente, acclamato dalla critica mondiale. In Alberta ci va per riprendere le nuvole e i fumi bianchi degli impianti. Ma dall’alto si rende conto di quanto sia immensa la distruzione e decide che deve riprendere gli impianti e le miniere. Così gira per Greenpeace questo documentario, che lascia senza fiato.

La colonna sonora è struggente. Le immagini ti stendono. Senti la puzza del petrolio, te lo senti addosso e sui vestiti. Peter chiama il suo film Petropolis, la città del petrolio.


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Foreste in cambio di petrolio. Noi non ci stiamo!

Andrea LeporeGuardare un albero pieno di vita che viene abbattuto è un’esperienza tremenda. Sorvolare migliaia di alberi ammassati l’uno sull’altro come bastoncini è un’esperienza che non dimenticherò mai. Il taglio è netto: la foresta che lascia il posto al nulla. Anzi, a quanto di peggio ci può essere: miniere di bitume, laghi di veleno, impianti e ciminiere intossicanti. Foreste in cambio di petrolio: il nuovo patto con il diavolo.

Una fila di 15 pick-up incolonnati intorno a un drive-away che aspettano il turno per comprare bicchieroni di caffè. Il caffè si beve meglio in auto. E col motore acceso. Litri di caffè e litri di carburante: una colazione abbondante. Rimaniamo a fissare le auto rombanti in fila indiana. Una signora dal suo pick-up ci urla: “Lo so chi siete! Quelli di Greenpeace!!”. Siamo noi, infatti. In questo paesone canadese di 80.000 abitanti, cresciuto troppo velocemente per le sabbie bituminose, Greenpeace è l’unica a dire chiaramente che non ci serve tutto questo petrolio. Lo ha detto forte e chiaro portando a termine tre azioni in un solo mese, l’ultima venerdì.


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Nel profondo nord della foresta boreale canadese

TARSANDS ALBERTACuki è una donna Cree, nativa di una delle comunità più antiche del Canada settentrionale, la Mikisew Cree First Nation. Cuki invece ha solo mezzo secolo di vita. Ci viene a prendere mentre con un trabiccolo a due eliche atterriamo proprio sul ciglio del grande lago Athabaska. In questo periodo è l’unico collegamento, le strade di ghiaccio che collegano Fort Chypewyan al resto del mondo si sciolgono durante l’inverno. E ogni inverno durano di meno a causa dei cambiamenti climatici.

Il paesaggio è meraviglioso, dall’acqua emergono degli isolotti rotondi e alberati, sembrano le schiene di animali che dormono sul fondo del lago. Nel lago Athabaska, a trecento kilometri da Fort McMurray, si riversano le acque dell’omonimo fiume. Quello che passa attraverso la regione devastata e avvelenata delle miniere di estrazione delle sabbie bituminose.

Cuki è un’attivista dei diritti delle comunità native dell’Alberta. Ci racconta che le acque del fiume scaricano nel lago sostanze tossiche e metalli pesanti. I casi di tumore, di una specie molto rara, sono molto superiori alla media nazionale. Non ha dubbi in proposito, oltretutto frequenta ogni giorno il piccolo ospedale della città e non è difficile accorgersi che qualcosa non va in un paesino di 1200 abitanti.


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Sorvolando le Tar Sands

CANADA TARSANDS ALBERTAArrivo di notte a Fort McMurray, nell’Alberta Settentrionale. Poche luci e intorno il buio. Ci sono degli abeti lungo la strada. Mi viene da pensare che intorno ci sia la foresta boreale incontaminata. E solo quella. Ma purtroppo so che non è così.

Alle otto di mattina siamo già sull’elicottero e sorvoliamo la zona. Il portellone è aperto e il cameraman è sporto fuori e riprende tutto. Lo spettacolo è impressionante: la foresta intorno alla città non c’è più. 42mila ettari di ‘taiga’ canadese sono stati spazzati via e al loro posto ci sono miniere di bitume a cielo aperto, laghi artificiali velenosi, enormi scavatrici e camion che incessantemente trasportano sabbie bituminose da una parte all’altra degli impianti. Dalle ciminiere esce fumo bianco. Le emissioni di anidride carbonica sono 4 volte quelle dell’estrazione del petrolio tradizionale. Sorvolando gli impianti la puzza è insopportabile, ti fa girare la testa.

Ci spingiamo oltre e per un tratto la foresta ricomincia, è meravigliosa, le piccole foglie dei larici sono gialle e verdi. Il fiume Athabaska scorre in mezzo agli alberi, sotto di noi, disegnando curve dolci. L’acqua però ha un colore bruno, a volte diventa quasi viola. È avvelenata dai residui tossici. Ma dura poco. Le miniere a cielo aperto ricominciano. Sorvoliamo l’Albian Sands, l’impianto della Shell bloccato da Greenpeace dieci giorni fa.


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